giovedì 18 aprile 2013

Il coraggio di sollevare l'Agenda Rossa

“Mio fratello e Giovanni Falcone – spiega Salvatore- furono condannati a morte dalla mafia, durante una cena nella quale Totò Riina fece gli auguri di Natale a tutti i presenti, e furono condannati anche quegli amici della politica che con la mafia non scesero a patti, e che, con le sentenze del maxi processo passate ormai in giudicato, dovevano essere ammazzati poiché lo Stato non aveva rispettato i patti che, evidentemente, ci furono stati”.
Non usa mezzi termini Salvatore Borsellino, fratello del compianto Paolo Borsellino, intervenuto nell'ambito di un incontro organizzato dalle associazioni Universitarie INGENIUM e MORGANA, presso l'aula ex-chimica dell'Università di Messina, sulla trattativa stato-mafia. Salvatore ha parlato ai tanti giovani e meno giovani, universitari e studenti delle scuole secondarie, che hanno affollato quell'aula, ascoltando in silenzio e accompagnando con ripetuti applausi le parole sincere di chi crede ancora che le cose possano cambiare.
L'incontro si è aperto con le parole di Salvatore Borsellino che ricordavano la vita e la battaglia condotta dal fratello, evidenziando, in più di un'occasione, come non solo la morte del fratello ma anche del giudice Falcone, siano stati frutto di una trattativa fra pezzi di stato (“Lo stato siamo anche noi, non posso dire Stato, ma pezzi di stato” cit) e la mafia e di come non si trattasse di un semplice “papello” ma di un vero e proprio dictat dettato dalla mafia allo Stato, di quella parte di stato che si era presa la responsabilità di sacrificare i suoi più alti servitori della giustizia per una “ragion di stato” ancora oggi incomprensibile.
“Mio fratello sarebbe stato sicuramente ucciso dalla mafia, ma non 57 giorni dopo Giovanni Falcone, magari avrebbero fatto passare qualche anno, perchè la mafia ha memoria lunga, ma non così rapidamente, non sarebbe convenuto nemmeno a loro farlo, lo stesso Riina, quando qualcuno della cupola glielo faceva notare, rispondeva che bisognava farlo in quel momento, evidentemente era stato promesso a qualcuno.”

Visibilmente commosso prosegue con un ricordo di quel periodo “Io abitavo in un posto che si chiama la Conca d'oro. Beh, quando ero piccolo io e mio fratello ovunque ci giravamo, vedevamo enormi distese di agrumeti. Io ho visto che fine hanno fatto quegli agrumeti, che fine gli hanno fatto fare e quello era il simbolo che lì comandava la mafia ed io pensavo che non potevo vivere in un posto del genere, non potevo vivere in un posto
dove i tuoi diritti devono essere richiesti come favori e voi sapete che fine si fa quando si chiedono favori. Ma la mia è stata una scelta puramente egoistica, completamente diversa da quella di mio fratello, scelta che ho voluto inserire nella prima pagina di questo libro ("Paolo Borsellino e l'agenda rossa" ), Paolo infatti diceva che non gli piaceva Palermo, per questo imparò ad amarla, perchè quando qualcosa non ci piace, dobbiamo lottare per cambiarla. Mi resi conto di quanto la sua scelta fosse giusta quando mia moglie mi chiamò, quel 19 Luglio, e mi disse “Corri che c'è stato un attentato a Palermo”, non ho avuto bisogno di correre perchè, da 57 giorni, tutti noi, tutta l'Italia, sapeva che sarebbe successo e in quel momento ti rendi conto che non è servito a niente tutto quello che hai fatto, che non è servito a niente scappare”.
Prosegue con un forte attacco allo
Stato, reo di aver lasciato solo il Sud, di aver trattato il Sud come una persona affetta da un tumore che è meglio non curare perchè questo tumore serve, serve come riserva di voti ed è servita a chi ci governa dal dopoguerra ad oggi, ma un tumore se non lo si cura, si espande e così è successo, fino alle stragi del '92.
E' da 20 anni che paghiamo le cambiali di questo accordo tra pezzi dello stato e la mafia, e tutto è soggiaciuto ad una congiura del silenzio. Non c'è destra né sinistra, ma solo una congiura del silenzio che perdura da 20 anni. Io quando iniziai a parlare di una trattativa, venni preso per pazzo, per un uomo accecato dal dolore tanto da parlare di una cosa così assurda, lo Stato che tratta con l'anti stato. Poi Spatuzza, Vito Ciancimino, iniziano a collaborare con la giustizia, iniziano a parlare di come erano stati usati come corrieri per questa trattativa, e improvvisamente qualcuno comincia a ricordare, comincia a ricordare Violante, comincia a ricordare Conso che in una sola tornata non rinnovò il 41bis a 140 detenuti dicendo che l'aveva fatto di sua iniziativa personale, perchè? Qual' è il filo che collega quella che oggi è sinistra ma non è Sinistra a quella che oggi è destra ma non è Destra? Io ritengo di saperlo: li lega questa ignobile cultura del silenzio, e alcuni pezzi di quello Stato, finalmente oggi siedono in tribunale, in un processo nel quale io sono parte civile, a Palermo come a Caltanissetta. Sta succedendo quello che Sciascia aveva detto che non sarebbe mai potuto succedere, lo stato che processa se stesso, io siedo come parte civile e dall'altro lato, nel banco degli imputati ci sono Mancino, Mannino, dall'altra parte c'è il colonnello Mori, non lo mai visto ma dovrò venire Subranni, c'è De Donno, ci sono pezzi dello stato che a questa ignobile trattativa hanno partecipato,e che hanno mantenuto la congiura del silenzio, Mancino addirittura nella maniera più vergognosa. Io incominciai ad attaccarlo quando vidi in un'agenda, quella grigia che è rimasta a noi famigliari, alle 19.30 del 1 Luglio, c'era scritto Mancino, e lui negava di avere avuto questo incontro e io mi chiedevo perchè negasse di aver incontrato mio fratello se lì c'è il suo nome, e lo stesso Mancino afferma che se anche lo avesse incontrato non lo poteva riconoscere perchè non lo conosceva fisicamente. Mi chiedo, in quel momento non esisteva nessuna persona, nessun italiano che nel 1992 non conoscesse Paolo Borsellino! E per di più il ministro dell'interno non lo conosceva! Perchè? Perchè? Ma il motivo io lo so, non so se nel corso della mia vita avrò mai le prove per dimostrarlo, perchè per il momento Mancino è imputato solo per falsa testimonianza, ma tutto questo dovrà venir fuori e per questo c'è qualcuno che vuole fermare questo processo, che vuole fermare questi magistrati che stanno portando finalmente alla luce questi pezzi della verità, la verità di una trattativa che vedeva da un lato pezzi di stato che trattano con delle leggi ma dall'altra parte vedeva la mafia che tratta come sa trattare, ovvero con le bombe ma quella è solo la prima trattativa, fatta per salvare la vita agli ex ministri democristiani come Mannino, come Vizzini come quei ministri della sinistra che erano stati condannati a morte dalla mafia, ma quando poi Lima fu ucciso e fu impedita l'ascesa alla presidenza della repubblica di Andreotti e in questo modo la mafia attuò la sua vendetta nei confronti di quella politica. Ma la mafia ha bisogno di tutele, di trattare col potere equando quella trattativa sembrò arenarsi con quelli che sarebbero stati i futuri referenti, la mafia iniziò a trattare come sa trattare, iniziò a trattare con le bombe e, anche su consiglio di qualcuno, non furono più condotte solo in Sicilia, qualcuno gli consigliò di fare quell'attentato che poi non ci fu, davanti allo stadio Olimpico, perchè lo stato è più sensibile quando si prendono di mira i beni architettonici, perchè una persona può morire e poi ne nascerà un'altra ma un bene non si può ricostruire, però di quell'attentato voi non sapete niente, perchè intanto la trattativa si era conclusa, ma adesso siamo arrivati ad un punto cruciale, lo stato che processa se stesso ed allora ‘sti magistrati devono essere fermati, perchè altrimenti altro che quei 4 rappresentati che stanno sul banco degli imputati, su quel banco degli imputati ci sarebbero ben altre persone, alcune delle quali sono già morte o pian piano iniziano a morire e non potranno rendere il proprio conto alla giustizia, ci sono magistrati come Di Matteo che vanno fermati, il pool di Palermo non può andare avanti, è troppo pericoloso mettere a nudo quella verità e allora partono le minacce di provvedimenti disciplinari, gli attacchi sui media, si isolano le persone così da indicarle e poi c'è la mafia che ci pensa. Voi non vi ricordate forse perchè siete troppo giovani, ma io mi ricordo che si diceva allora, altro che eroi, persone come Falcone che si preparavano da soli l' attentato all' addaura solo per aumentare la propria notorietà, è così che si lavora, isolando le persone.”
Molto emozionante è anche il monito che, nella parte finale del discorso, lancia Borsellino

Mi sembra di vivere un incubo, siamo nella stessa situazione di allora, con un sistema di governo che sta collassando e con un Presidente della Repubblica da eleggere, si è vero siamo un Paese democratico, un Paese con la Costituzione più bella del mondo, ma siamo anche un Paese di stragi e tutte stragi di stato, la strage di Portella della Ginestra, del treno Italicus, la strage del rapido 904, la strage della stazione di Bologna, la strage di Piazza della Loggia, ma quante stragi di stato ha dovuto sopportare il nostro Paese per indirizzare gli equilibri di Stato? Ma non ci vergogniamo di vivere in un paese del genere?! L'ultima sentenza che ha visto assolti tutti gli imputati della strage di Piazza della Loggia, ma se non ci sono dei colpevoli, non c'è manco la strage, se non ci sono dei colpevoli non ci possono essere nemmeno delle vittime, ed io sono un pazzo a parlare qui di questa strage, mio fratello non è mai morto. Vedete, io mi sono costituito parte civile ai processi non tanto per un risarcimento in denaro, quando mi chiesero a quanto doveva ammontare il risarcimento io chiesi 1euro, una cifra simbolica perchè voglio sapere chi veramente sia stato a ucciderlo, dal processo di Caltanissetta io foglio sapere il perchè del depistaggio, io voglio sapere chi ha messo quelle parole in bocca a Scarantino, queste son le cose che io pretendo che vengano alla luce, e da quello di Palermo voglio che vangano fuori altri nomi, altri imputati rispetto a quelli che già ci sono, devono venir fuori gli altri perchè quella trattativa non possono essere state 4 persone a portarla avanti, devono venire fuori i nomi di quei pezzi dello Stato perchè sono stati loro ad ammazzarlo, non la mafia perchè la mafia era nemica di mio fratello e mio fratello la combatteva, lo aveva messo anche nel conto che sarebbe stato ammazzato dalla mafia ma non dai servitori dello stesso, questo no. Paolo lo sapeva che sarebbe morto, per questo negli ultimi giorni della sua vita diceva continuamente “Devo fare in fretta, devo fare in fretta...” . Io posso anche farmene una ragione che mio fratello sia morto.
Voglio concludere dicendovi una cosa, io faccio questi incontri coi giovani perchè voglio sperare. I primi anni dopo la morte di mio fratello ringraziavo Dio per la sua morte , perchè se questa fosse servita per poter cambiare questo Paese ero contento, perchè era proprio questo il sogno di mio fratello e sapevo che Paolo ovunque fosse stato sarebbe stato felice. Per 5 anni andavo a parlare ovunque perchè nutrivo ancora questa speranza poi, quando a poco a poco, ho capito che non era come io speravo, che tutto stava tornando come prima, peggio di prima, e allora mi sfinivo di lavoro, per non pensare , per non parlare, l'ho fatto per rabbia ma poi, ho incontrato tanti giovani come voi ed ho ricominciato a sperare come non ha mai smesso di farlo mio fratello che nell'ultimo giorno della sua vita, consapevole che già era arrivato a Palermo l'esplosivo per lui, diceva di essere ottimista, sembra una cosa incredibile ma lo era proprio grazie a voi giovani perchè “Quando questi giovani saranno adulti, avranno più forza di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuto” ed io la speranza l'ho ritrovata grazie a voi anche perchè ho capito che ancora una volta stavo sbagliando, perchè ancora una volta la mia speranza era egoistica, io speravo di vedere la verità, di vedere la giustizia ma quando ho capito quello che Paolo scriveva in quella lettera, la mia speranza l'ho ritrovata ed è per questo che oggi sono qua a parlare con voi, ai vostri occhi pieni di speranza, perchè vedete, io lo so che quando non avrò più la forza di sollevare questa agenda rossa per chiedere verità e giustizia, so che ci saranno tanti giovani che lo faranno. Io ho scritto in questo libro che mi hanno costretto a scrivere, perchè quando si scrive un libro bisogna mettere la parola fine, ed io penso che la parola fine non riuscirò mai a metterla, ma ho scritto che per voi, perchè voi possiate sentire quel profumo di giustizia che si augurava Paolo, per voi io combatterò fino alla fine dei miei giorni”
Ed è
proprio a queste parole che la platea si alza in piedi ad applaudire quello che, per un momento, non è sembrato l'ingegnere Borsellino ma il magistrato Borsellino, Paolo e Salvatore insieme, Paolo e Salvatore come una persona sola e Borsellino ha risposto a tutto ciò sollevando quell'agenda rossa, mostrando il volto di suo fratello più volte e tenendo a stento le lacrime, come la maggior parte dei presenti.
L'incontro è poi proseguito
con le parole del Procuratore aggiunto di Messina, Sebastiano Ardita, autore del libro "Ricatto allo Stato", che difenderà proprio Di Matteo davanti al Consiglio Superiore della Magistratura. «La speranza» - ha affermato Ardita - «è che i giovani abbiano sempre voglia di conoscere il passato e le stragi del '92 e '93 sono parte integrante della storia del nostro Paese». È ottimista Ardita e crede fermamente che città come quella di Messina, dove si è insediato da circa un anno, e Catania, dove era stato prima, siano piene di energie positive e di giovani svegli e attenti, il cui obiettivo è quello di avere un ruolo attivo all'interno della società, puntando sulla meritocrazia, senza favoritismi né raccomandazioni.
Nell'ultima parte dell'incontro è stato lasciato spazio alle domande che, come è giusto che sia in questi casi, non si sono fatte attendere ed hanno svariato dalla vicenda Napolitano/Mancino, alla quale Borsellino ha risposto augurandosi che tali intercettazioni non vengano distrutte ma bensì portate alla luce poiché “Non si voleva intercettare il Presidente della Repubblica ma bensì, l'indagato Mancino, e non basta ciò che dice lo stesso Mancino quando affermava che la chiamata a Napolitano riguardava soltanto una richiesta di consiglio su come portare avanti la querela ai danni del sottoscritto, in quanto in tutte le altre intercettazioni che vedono protagonista Mancino, non si proferisce parole di tale querela”; passando per la vicenda del dissidio tra Salvatore Borsellino ed il magistrato Giuseppe Ayala nata dalle domande inviate in una lettera aperta dallo stesso Borsellino che chiedeva conto del comportamento dello stesso Ayala e della sparizione dell'agendina rossa, domande al quale Ayala si è sottratto dando del malato di mente a Borsellino e soprattutto del Caino al fratello del giudice Paolo Borsellino; l'ultima domanda rivolta allo stesso Borsellino è stata fatta da una studentessa della facoltà di Giurisprudenza che chiedeva un pensiero sulla situazione dell'Università messinese, Borsellino pur manifestando la sua ignoranza nei confronti della situazione messinese, ha detto “Ricordo solo che dovevo venire qui anni orsono ma mi dissero che ero una persona talmente importante che ci voleva tempo per organizzare il tutto, che per un incontro del genere dovevano essere fatte delle attività collaterali e bisognava avere tempo per organizzarsi, ricordo anche che i ragazzi che avevano organizzato l'incontro furono costretti a ristampare i manifesti più volte cambiando il luogo dell'incontro, beh, in quel momento capì che evidentemente qui non mi volevano”
Nella conclusione dell'incontro Salvatore Borsellin
o ha voluto lanciare un forte messaggio ai giovani, dapprima ammonendoli dal farsi dividere dai motivi partitici facendo prevalere piuttosto quelli politici “Vedete, quello che nessuno dice mai è che Giovanni Falcone era una persona che si riconosceva in una ideologia di sinistra, ma non parlo della sinistra di oggi, ma di quella di Berlinguer, ed anche io la pensavo così ma mio fratello, lui no, eravamo diversi anche in questo, mio fratello si riconosceva nell'ideologia di centro destra e certo lui e Giovanni non erano minimamente d’accordo sul piano dell'ideologia politica eppure insieme erano come fratelli, riuscivano a mettere da parte i propri dissidi nel loro lavoro e voi dovete fare così, la distinzione non va fatte sulle persone di destra o di sinistra, ma va fatta sulle persone buone e quelle meno, sulle persone che si spendono per la giustizia e per gli altri e su quelle che remano contro – conclude – Io sono qui a 71 anni mentre mio fratello è morto da ormai 20 anni, io ho scelto di scappare dalla mia Palermo mentre lui ha scelto di combattere per cambiarla, secondo voi chi ha fatto la scelta giusta? Non pensate di certo che sia la mia, dovete cercare di lottare per cambiare le cose, per renderle migliori”
Grazie a tutti coloro che si sono spesi per questo incontro.

(Marco Laquidara collettivo I Care Norman Zarcone)