“Mio
fratello e Giovanni Falcone – spiega Salvatore- furono condannati a
morte dalla mafia, durante una cena nella quale Totò Riina
fece gli auguri di Natale
a tutti i presenti, e furono condannati anche quegli amici della
politica che con la mafia non scesero a patti, e che, con le sentenze
del maxi processo passate ormai in giudicato, dovevano essere
ammazzati poiché lo Stato
non aveva rispettato i patti che, evidentemente, ci furono
stati”.
L'incontro
si è aperto con le parole di Salvatore Borsellino che
ricordavano la vita e la battaglia condotta dal fratello,
evidenziando, in più di un'occasione, come non solo la morte
del fratello ma anche del giudice Falcone, siano stati frutto di una
trattativa fra pezzi di stato (“Lo stato siamo anche noi, non posso
dire Stato, ma pezzi di stato” cit)
e la mafia e di come non si trattasse di un semplice “papello” ma
di un vero e proprio dictat dettato dalla mafia allo Stato, di quella
parte di stato che si era presa la responsabilità di
sacrificare i suoi più alti servitori della giustizia per una
“ragion di stato” ancora oggi incomprensibile.
“Mio
fratello sarebbe stato sicuramente ucciso dalla mafia, ma non 57
giorni dopo Giovanni Falcone, magari avrebbero fatto passare qualche
anno, perchè la mafia ha memoria lunga, ma non così
rapidamente, non sarebbe convenuto nemmeno a loro farlo, lo stesso
Riina, quando qualcuno della cupola glielo faceva notare, rispondeva
che bisognava farlo in quel momento, evidentemente era stato promesso
a qualcuno.”
Visibilmente
commosso prosegue con un ricordo di quel periodo
“Io abitavo in un posto che si chiama la Conca d'oro.
Beh,
quando ero piccolo io e mio fratello ovunque ci giravamo, vedevamo
enormi distese di agrumeti. Io ho visto che fine hanno fatto quegli
agrumeti, che fine gli hanno fatto fare e quello era il simbolo che
lì comandava la mafia ed io pensavo che non potevo vivere in
un posto del genere, non potevo vivere in un posto